Sabato 8 febbraio scorso, una delegazione dei gruppi del Secondo Anello Verde ha raggiunto Trieste per inseguire la strada del ricordo di Stefano Furlan a 41 anni dalla sua morte.
Tante le tifoserie che come noi si sono messe in marcia verso il luogo dove si sarebbe svolta la commemorazione.
Arriviamo in città attorno alle 18 e poco dopo, verso le 19, ci uniamo in un breve corteo silenzioso che raggiungerà la targa dedicata a Stefano, posizionata in via Valmaura. 1 minuto di silenzio e un paio di cori secchi accompagnano il momento. L’emozione è tanta. Torce accese e al cielo si alza il grido degli ultras d’Italia, giunti fin lì per onorare la memoria di Stefano Furlan. Lasciamo sotto la targa un mazzo di fiori e dopo qualche minuto ci dirigiamo verso una sala allestita per l’occasione all’interno dello stadio Nereo Rocco. Tempo di dare un’occhiata a tutti i vari cimeli dedicati alla vita di Stefano e ci rimettiamo in marcia verso Milano.
Avevamo parlato della sua storia qualche mese fa in occasione della presentazione del libro “una notte lunga quarant’anni”, avvenuta al Baretto sotto la nostra curva. In seguito, un breve estratto di un articolo dedicato a quella serata e alla triste storia legata a Stefano: “Era l’8 febbraio 1984. In quella data la Triestina affrontava l’Udinese in un derby di Coppa Italia. Derby molto sentito, ma che si svolgerà in un clima abbastanza disteso. Giusto qualche accenno di tafferuglio estinto sul nascere. Durante il deflusso post-partita i tifosi sono tranquilli. Non c’è motivo per cui le guardie debbano intervenire. Eppure, un gruppo di allievi della scuola di polizia, forse spinto dall’irrefrenabile desiderio di compiere l’ennesima violenza di gruppo rimanendo impuniti, inizia a caricare la folla. Stefano, giovane tifoso alabardato, uscendo dallo stadio, notando l’aria pesante, decide di tirare dritto verso la sua macchina posteggiata in via Macelli, prestando attenzione a stare il più possibile distante dai poliziotti inferociti. Sfortuna vuole che durante quegli attimi frenetici inciampi in mezzo alla strada. Gli agenti lo notano…la sciarpa biancorossa che porta al collo sarà la sua condanna. Verrà sollevato per i capelli e trascinato fino al muro adiacente, dove sarà colpito da violentissime manganellate alla testa e alla schiena. Dopo essere stato malmenato senza pietà verrà caricato su una volante e trasportato in Questura, dove, al riparo da occhi indiscreti, riceverà il resto delle violenze.
Tornerà a casa verso le 21 e racconterà a sua mamma Renata di essere stato picchiato senza motivo.
La madre da subito gli crede. Un bravo ragazzo come Stefano non poteva mentire. Non era un facinoroso ed era sempre stato distante da qualsiasi forma di violenza.
Stefano, esausto e stremato dalle percosse ricevute, si coricherà presto. Verso le 21.30.
Durante la notte la situazione peggiorerà. I dolori aumenteranno sempre più e il giorno dopo verrà trasportato all’Ospedale Maggiore di Trieste, dove gli verranno riscontrati una frattura all’osso temporale e un ematoma epidurale.
Dopo 20 giorni di coma, il primo marzo 1984, Stefano muore.
Negli anni a seguire sua mamma Renata si batterà per ricevere giustizia. Riceverà minacce e le verranno proposte somme di denaro per ritirare la denuncia e insabbiare del tutto questa tragica vicenda. Non accetterà mai e tirerà dritto per scoprire la verità. Non accadrà. Ci sarà un unico condannato, un giovane allievo della scuola di polizia. Verrà accusato di “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi”. Un processo ridicolo. La corte lo costringerà ad un anno di reclusione con benefici (non farà 1 solo giorno di galera). L’assassino tornerà poi in servizio fino al raggiungimento della pensione.
Lo stato risarcirà la famiglia Furlan con poco meno di cento milioni di lire e nessuno dei responsabili chiederà mai scusa per ciò che è successo.”
In occasione dell’ultimo Inter-Fiorentina, al baretto abbiamo esposto uno striscione recitante “IL TUO RICORDO ETERNO, STEFANO FURLAN VIVE!”. L’8 febbraio 1984 è la data da scolpire nella memoria di ognuno di noi, affinché tutto questo non venga mai dimenticato.